Il Dolce Potere dei nostri tempi

Glickon Blog

Il leader di oggi è in ricerca del “soft power”: dalla geopolitica al management, una capacità di esercitare il potere grazie all’ispirazione, all’empatia e alla compassione anziché alla coercizione

 

You got the power to let power go?
(Kanye West, Power, 2010)

Qual è la prima immagine che vi arriva alla mente se diciamo potere? Un pugno stretto, militari in uniforme, uno scettro o un pastorale, Don Vito Corleone che porge l’anello alle labbra dei suoi sottoposti?

Il concetto di potere dei giorni nostri è da sempre legato alla violenza, alla coercizione, alla pre-potenza e alla pre-varicazione. Per natura e per definizione. Nella lingua degli umani, il potere è dare ordini, e vederli eseguiti. E infatti, quando Max Weber ha definito gli attributi dello stato moderno in Economia e Società, al centro ci ha messo «il monopolio della violenza legittima».

Il senso di un potere dolce

L’espressione soft power suona alle nostre orecchie come un ossimoro: un caldo freddo, un silenzio assordante, un accostamento di due parole che non hanno ragione di trovarsi vicine. Tasti bianchi e neri sulla stessa scala cromatica. E proprio per questo ci incuriosisce e ci ispira.

Di soft power si è iniziato a parlare in ambito geopolitico, grazie agli studi di Joseph Nye. Di questa dottrina, la politica estera degli Stati Uniti si è imbevuta per anni. Detta nel più breve e semplice dei modi, soft power significa sostituire i mezzi violenti e brutali del potere tradizionale con quelli del convincimento, dell’”alternativa migliore”, dell’egemonia culturale. È un caposaldo del neoliberismo.

Dal campo della geopolitica, poi, il potere dolce è entrato nel vocabolario del management. Con diversi vantaggi, dubbi, implicazioni. Il principio rimane lo stesso: guidare grazie all’attrattività, all’ispirazione, all’empatia, alla persuasione. Trasferire nel mondo della leadership aziendale il fattore della egemonia culturale. E capovolgere il machiavellico oderint dum metuant: no, essere temuti a tutti i costi non è presupposto del potere. Con il soft power si è seguiti perché si ha influenza sui propri pari e sui propri sottoposti. E funziona: vediamo come.

Ascoltare per conoscere e convincere

Un primo aspetto fondamentale del soft power è l’ascolto, e funziona nei due sensi. Ascoltare serve a riconoscere il nostro interlocutore, sapere quali esempi, quali leve hanno effetto su di lui. Ma ascoltare significa anche far sentire le persone valorizzate e partecipi dei processi decisionali. La sfida è saper esercitare un ascolto proattivo: stimolare il confronto e non attenderlo, e soprattutto saper dare seguito a esso con decisioni e azioni. Non c’è nulla di peggio di un feedback che non si traduce in azione.

La fiducia come timone delle decisioni

Altro aspetto cruciale del soft power è il trust. Ancora, è un processo nei due sensi: serve una fiducia dai collaboratori verso il manager. Nasce dall’influenza che quest’ultimo ha saputo costruire. Nel verso opposto, dal leader verso i suoi collaboratori la fiducia è necessaria per poter delegare, ed essere sicuri che le declinazioni del soft power (naturalmente più sfumate, meno chiare e dirette di quelle dell’hard power) vadano a centro.

Empowerment e condivisione del potere

Vogliamo credere che il soft power sia uno stile di leadership straordinario per un aspetto fondamentale: perché è adatto a generare nuovi leader.

Incoraggia un processo osmotico e contaminativo, un circolo virtuoso in cui le qualità positive, le best practice, il feedback alimentano un arricchimento bidirezionale che fa bene a tutte le parti in gioco, dai dipendenti al soft manager e all’intero business.

È il principio della leadership diffusa, che sta rapidamente diventando un trend nel mondo HR, attenzionato da tutte le aziende top employers e che non può esistere in ambienti in cui il potere è esercitato in modo hard e tradizionale.

Empatia e compassione

Un attributo chiave del soft power è saper creare connessioni umane«The advice I would give my 22-year old self is to be compassionate»: così il former CEO di LinkedIn Jeff Weiner raccontava agli studenti del Wharton College nel loro graduation day. Per Weiner, che parafrasa alcuni pensieri del Dalai Lama, compassione è “empatia più azione”, è creare una cultura di team e aziendale che incoraggi le persone a investire del tempo nella comprensione della prospettiva altrui, costruendo fiducia e condivisione di un obiettivo comune.

In questo, il ruolo del leader è fondamentale: prendersi delle pause dall’azione e dalla comunicazione attiva; essere spettatori dei propri pensieri e di quelli altrui; sforzarsi di comprendere speranze, paure, forze e debolezze, e fare tutto ciò che è possibile per rimuovere gli ostacoli sulla loro via per il successo – personale e professionale. Sfide e azioni che il compassionate manager deve saper fare suoi, per poter esercitare il soft power.

La capacità di ispirare

Qualcosa di questo approccio trova un riscontro nell’augurio – o meglio nell’invito – che Simon Sinek ha incluso nel suo Infinite Game (2019). Le sue prime pagine, che si intitolano Why I wrote this book, sono una chiamata a raccolta di tutti i leader che avvertono qualcosa di sbagliato nell’esercizio tradizionale del potere.

Per Sinek, in quanto esseri umani siamo naturalmente predisposti a cercare soluzioni immediate per problemi scomodi, e questo ha determinato tendenze nefaste nel mondo del business: ambienti di lavoro spietati, priorità ai numeri e alle loro proiezioni rispetto alle esigenze delle persone, premi all’elevato rendimento di elementi tossici dei team. Questa tendenza, a detta di Sinek, trova il suo peccato originale nella Rivoluzione Industriale, e una pericolosa accelerazione nella Rivoluzione Digitale che stiamo vivendo.

Vogliamo credere allora che il momento che stiamo vivendo possa essere un’occasione unica per invertire questa tendenza.

I cambiamenti turbolenti a cui siamo obbligati ci chiedono di toglierci le nostre scarpe, metterci quelle delle persone che abbiamo intorno e adoperare il soft power, l’ascolto, l’empatia, la compassione come strumenti per trovare un nuovo equilibrio. Lo diciamo con le parole di Sinek, certamente adeguate: «Se crediamo in un mondo in cui possiamo sentirci ispirati, sicuri e realizzati ogni singolo giorno della nostra vita (…) allora è nostra responsabilità collettiva trovare, insegnare e sostenere quanti si impegnano a dirigere e a condurre gli altri in una maniera tale da dare vita a questa visione».

Paleremo di questi e di altri temi connessi al Distance Management al Forum della Comunicazione, l’11 Giugno alle 11:20.

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